domenica 1 ottobre 2023

LOST POST, L'era Yessgame: 21 - Voltron Legendary Defender: un buon reboot della saga?

PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE IL 08/11/2018 E OGGI NON PIU' DISPONIBILE

Voltron, sicuramente uno dei robot più famosi degli anni '80, ricordato per il suo mecha design particolare dove gambe e braccia erano la testa dei leoni che lo componevano.

Molti però non sanno che il Voltron che abbiamo visto in televisione da piccoli, non era altro che un rimaneggiamento di una serie giapponese, ovvero Golion.

 
In America non era una novità cambiare nomi e stravolgere storie per dare un senso diverso al tutto. Tanto più quando Golion è il primo capitolo di una trilogia formata appunto da Golion, Armored Fleet Dairugger XV 

e da episodi di Golion creati appositamente per il mercato Americano.

Nei piani iniziali dovevano ficcarci dentro anche Arbegas

ma gli scarsi ascolti di Fleet Dairugger XV hanno fatto cambiare i piani.

In Italia, se non vado errato, abbiamo visto solo la prima parte ovvero Voltron con i leoni.
Personalmente Armored Fleet Dairugger XV non lo ricordo invece mi piaceva tanto Arbegas che abbiamo visto con un doppiaggio abbastanza fedele all'originale.

Altri rimaneggiamenti simili, per lo meno a memoria mia, li abbiamo visti nel progetto Robotech 

dove venivano uniti Macross, Southern Cross e Mospeada sotto un'unica bandiera, stravolgendo in parte l'identità della prima serie ma distruggendone le altre due.

Ma perché oggi vi racconto tutto ciò?

Ma semplicemente perché in tempi recenti, escludendo un tentativo malriuscito di riattivare il brand nel '98, la Dreamworks e Netflix nel 2016 hanno dato inizio ad un vero e proprio reboot della saga dal nome Voltron: Legendary Defender.

E quindi arrivamo alla mia recensione di oggi, cercando di mettere a paragone la serie "classica" con le prime due stagioni (per ora le uniche rilasciate su Netflix) della serie moderna.

Senza dubbio la cosa che salta subito all'occhio è che i protagonisti sono riconoscibilissimi e per quanto abbiano ovviamente un design più moderno, la base del loro aspetto è rimasta invariata.

L'unica cosa che cambia è il quinto pilota, quello che vestirà la tuta nera, molto diverso dalla versione anni '80.

L'osservatore attento però capirà anche che non è propriamente lo stesso personaggio. Infatti nel Voltron classico avevamo Sven, mentre in Legendary Defender abbiamo Shiro.

 
Le differenze ovviamente non sono solo nel nome, ma su questo ci torneremo.

Partiamo quindi dalla storia.

Una spedizione sulla luna di Plutone Kerberos viene attaccata da un velivolo alieno ostile dell'Impero Galra e gli astronauti vengono dati per morti.

Un anno dopo, sulla Terra, tre cadetti dell'accademia Galaxy Garrison, Lance

Pidge 

e Hunk

sono testimoni di un incidente aereo e apprendono che a schiantarsi è stato uno dei membri
della spedizione, Shiro, che è stato messo in quarantena dai funzionari dell'accademia.

Mentre architettano un piano di salvataggio, uno studente espulso dall'accademia conosciuto come Keith

salva Shiro portando anche Lance, Hunk e Pidge nel deserto.

Shiro non è in grado di ricordare nulla della sua prigionia, ma il gruppo è riesce a capire che i Galra stanno cercando un'arma conosciuta come "Voltron".

Trovano pertanto un grande Leone Blu robotico nel deserto e apprendono che è solo uno dei cinque leoni che formano Voltron.

Il Leone Blu accetta Lance come suo pilota e porta i cinque attraverso un wormhole al Castello dei Leoni di Arus.

Qui conosceranno la principessa Aurora e il suo fido braccio destro Coran

ibernati dopo 10000 dall'ultima battaglia di Voltron contro i Galra.

Da qui si dipaneranno tutte le vicende della serie.

Siamo sinceri, la prima stagione mi ha convinto fino ad un certo punto.
Senza dubbio molto infantile e sicuramente fuori dal mio target.

Tra le altre cose i primi episodi servono principalmente per mettere le basi della vicenda, mostrare il recupero dei leoni e far vedere l'addestramento dei piloti nel formare e usare Voltron.

Già in questa fase ci sono moltissime differenze rispetto alla versione classica.

La cosa che salta subito all'occhio è che ogni pilota ha la tuta del colore del proprio leone.

Infatti se ricordate, nella serie classica Keith, con la tuta rossa era il leader e guidava il leone nero. Lance, con la tuta blu il leone rosso e Sven con la tuta nera il leone blu.

Qui le tute sono rimaste con gli stessi colori ma cambia il leone alla guida. In pratica Shiro, con la tuta nera diventa il capo, Keith guida il leone rosso e Lance quello blu.

Per i fan di vecchia data come me sicuramente è una cosa che fa strano, però nella serie ha la sua giusta motivazione.

Altro cambiamento sono proprio i leoni che non cambiano solo per estetica ma anche per utilizzo.



Se infatti il leone giallo di Hunk rappresenta in pieno il suo pilota, più corpulento, meno veloce ma più corazzato, quello rosso sarà quello più indomabile, mentre quello verde di Pidge sarà quello più tattico, visto che potrà mimetizzarsi.

Anche il leone in se e per se non è più una macchina semplicemente pilotata, ma una vera e propria entità che in qualche modo si fonde col suo paladino.

E ovviamente anche l'unione dei 5 non sarà più semplicemente l'unione di 5 veicoli, ma la sincronia dei 5 piloti.

Senza dubbio questa visione ricorda molto di più Combattler V 

dove i cinque piloti dovevano raggiungere una sincronia tra loro prima dell'unione.

Ma se i piloti restano esteticamente molto simili alla loro controparte "storica" i veri cambiamenti li abbiamo nei comprimari della vicenda, specialmente se ci focalizziamo su Aurora, Coran e sul Re Zarkon.

Se i primi due ricordano degli elfi, o dei vulcaniani se volete, 

è Zarkon ad essere radicalmente cambiato.

Infatti nella serie lo ricordavamo come un vero e proprio regnante, con tanto di corona e veste cerimoniale.

Zarkon nella serie moderna è un vero e proprio guerriero, con tanto di armatura dove nel corso degli episodi, specialmente nella seconda stagione, entrerà in prima linea sul campo di battaglia.

 

 
Se vogliamo essere precisini, a fine prima stagione avremo una rivelazione importante su uno dei personaggi principali, ma non voglio spoilerare nulla.

Fatte queste differenze più evidenti, vediamo allo svolgimento delle due stagioni.

Come già detto la prima mi ha convinto fino ad un certo punto. Vuoi perché l'azione era praticamente nulla, vuoi perché si dava più importanza al lato comico piuttosto che alle battaglie, vuoi perchè Volton lo si vede in due/tre episodi al massimo per pochissimi minuti.

 
Per chi come me ha vissuto "l'era robotica", diciamocela tutta, il fulcro erano le mazzate tra robottoni.

Per cui vedere veramente poco il robot protagonista era un po' una delusione.

Le cose però si fanno più interessanti sul finale della prima stagione e nello svolgimento della seconda.

 
In fin dei conti viene fatto intendere una cosa abbastanza sconvolgente, che verrà confermata nei secondi tredici episodi.

Diciamo che questa rivelazione mette tutta la serie su un altro piano.
Vengono eliminati quasi tutti i lati comici forzati, concentrandosi maggiormente sulla storia.

Voltron si vede sempre poco, ma viene dato maggior risalto al lato tattico delle missioni e dell'interazione della squadra.

Ognuno dei cinque paladini ha il suo ruolo e ognuno è fondamentale per la riuscita del piano.

Personalmente questo cambio di direzione mi è piaciuto molto. Anche la gestione delle battaglie con Voltron è molto diversa che nel passato.

Infatti si vede realmente interagire i cinque piloti per poter vincere la battaglia, cosa che normalmente nelle vecchie serie era solo il capo squadra a farla da padrone.

Voltron non è più il super robot invincibile del passato, ma la sua forza è data dalla sincronia dei piloti con il loro leone e dall'abilità acquisita nel tempo.

Devo dire che questo tipo di "svecchiata" era d'obbligo. Per quanto sia appassionato dei robottoni lo schema degli episodi era fin troppo ripetitivo fatto di una sequenza del tipo:

Pace ->  attacco del nemico -> contrattacco -> formazione del robot -> vittoria -> nuova pace momentanea

Anche le scelte nelle rivelazioni fatte sulla natura di protagonisti e antagonisti è molto azzeccata e da un connubio diverso a "sfumature di grigio".

<SPOILER>

Chiaramente faccio riferimento da una parte alla natura Galra di Keith, che in qualche modo ricorda la natura Boazana dei tre fratelli protagonisti di Vultus 5


ma anche la rivelazione che Haggar è invece un'Alteana come la principessa Aurora e Coran.

Personalmente mi è piaciuto meno il cambio di sesso per Pidge che in realtà si chiama Katie. La cosa non mi ha disturbato per la rivelazione in se, ma più che altro è ininfluente ai fini del racconto. Onestamente avrei preferito che una volta che il gruppo ha saputo la verità, potevano renderla più femminile esteticamente.

</SPOILER>

Arriviamo quindi alle conclusioni.

Voltron Legendary Defender è un remake che acquista di interesse dalla seconda stagione.

Molte cose sono cambiate dalla versione "classica", ma che però danno quello svecchiamento che serviva per dare nuova vita al brand.

Forse il robottone protagonista si vede fin troppo poco e, pur non essendo un male in cambio di una storia più articolata, è un colpo al cuore per i nostalgici dell'era robotica.

Sicuramente sono interessato a proseguire con le restanti stagioni, trasmesse in gran parte su K2, ma non ancora disponibili su Netflix.

Va quindi vista? secondo me si, tenendo conto che la prima parte della storia è sicuramente anche la più debole, fin troppo votata sul lato comico, più che sull'azione.

Consigliata specialmente a chi, come me, amava il Voltron originale.

sabato 30 settembre 2023

LOST POST, L'era Yessgame: 20 - La rinascita di Daredevil

PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE IL 31/10/2018 E OGGI NON PIU' DISPONIBILE

Il Diavolo di Hell's Kitchen è tornato.
Eh già, dopo un'attesa durata due anni, finalmente torniamo nel quartiere di New York protetto dall'Uomo senza paura.

Diciamoci la verità, per quanto amai la prima stagione, la seconda mi annoiò non poco non appena ci fu lo "switch" dei comprimari mandando a "riposo" Frank Castle 

e introducendo Elektra Natchios.

 
Tutto sommato, tra alti e bassi, anche il "prequel" di questa terza stagione, ovvero The Defenders, non mi dispiacque, per cui ero ben propenso per una terza stagione del Diavolo in solitaria.

La storia, ovviamente, parte dal finale dei Defenders, quando Matt e Elektra vengono seppelliti dal crollo del palazzo dove avevano combattuto La Mano.

Nel finale di stagione sapevamo che Matt era sopravvissuto in quanto lo vedevamo ricoverato nella chiesa

 
dove si trovava Suor Maggie.


Senza fare spoiler, i fan della versione cartacea sapevano già chi fosse il personaggio.

Quindi si riparte da li e dalla "Rinascita" di Matt.

Ovviamente, ma probabilmente lo avrete letto ovunque, questa terza stagione si ispira ad uno dei cicli più famosi di Daredevil, Rinascita per l'appunto (Born Again in originale).

 
Tredici episodi, della lunghezza media di 50 minuti circa, per rivedere Daredevil in azione.

Ne sarà valsa la pena?

Senza dubbio, e probabilmente non mi stancherò mai di dirlo, episodi così lunghi forse appesantiscono la storia.

Però, fortunatamente, in Daredevil questo appesantimento non si sente in maniera evidente come è successo ad esempio per Luke Cage.

Daredevil, rispetto a tutti gli altri show Marvel/Netflix ha due pregi che la rendono superiore alle altre.

Per prima cosa un giusto bilanciamento tra azione, dialogo e sensazioni date allo spettatore.

Sicuramente le scene d'azione sono sempre state un "asso di briscola" per la serie. In questa terza stagione in particolare, non ci si limita alle "semplici scazzottate", ma anche ai dei veri e propri tributi ad altri media.

 
Senza dubbio la scena di combattimento nel parcheggio sotterraneo è un chiaro e limpido tributo ai giochi stealth e in special modo, a Splinter Cell. E' inutile negarlo, Matt spesso e volentieri ricordava il mitico Sam Fisher.

 
Altro tributo è al mondo del Wrestling. Si vede anche in molte altre scene ma ad esempio il combattimento dell'episodio 4 è pieno di mosse di questo sport spettacolo, passando da quelle più canoniche a quelle più iconiche dei grandi nomi.

Senza dubbio sul lato dialogo, quello che convince di più è Wilson Fisk

Vincent D'Onofrio è innegabilmente perfetto nel ruolo e Luca Ward da una perfetta interpretazione del tutto con questa voce profonda e sempre pacata e tranquilla ma che ti inquieta allo stesso tempo.

Però la cosa che più mi ha affascinato è il primo episodio, dove viene fatto capire allo spettatore lo stato di convalescenza di Matt, privato della sua arma più potente, l'udito.

Metterci dal punto di vista di Matt è stato impressionante, specialmente per chi ha chiaro come funzionano i suoi poteri.

Nel corso della stagione vedremo un altro forte riferimento ad un altro personaggio prima letterario e poi televisivo, ovvero Dexter Morgan.

 
La scena dell'interrogatorio in macchina usa esattamente le stesse modalità del famoso killer di serial killer.

Più avanti nella serie c'è un altro punto che me lo ha ricordato molto, ma eviterei spoiler.

Senza dubbio però la grossa novità di questo terzo ciclo è l'introduzione della seconda nemesi di Daredevil, ovvero Bullseye.

 
Netflix, quando introduce un personaggio importante, escludendo Elektra, fa capire subito allo spettatore chi è semplicemente dal suo modo di agire.

Era successo così per Kingpin, nella seconda stagione col Punisher e adesso con Bullseye.

Senza ombra di dubbio l'episodio migliore è il quinto, quello dove viene raccontata la sua genesi.

Ancora una volta lo spettatore viene catturato dalla fotografia e dalle immagini che scorrono, sempre in bianco e nero sovrapposte a quelle della persona che sta leggendo il suo fascicolo.

Bullseye l'ho visto come un Dexter, ma senza la guida di Harry a correggere il suo "passeggero oscuro".

Per quanto anche lui porti una maschera, non ha avuto quell'indottrinamento che invece Dexter ha avuto.
O meglio l'ha avuto in parte, ma alla fine ha perso il suo "faro di salvezza".

Anche la frase che ripeterà spesso, "Mi dispiace deve essere stata dura", è un chiaro esempio del cercare di fingere e mostrare un'empatia che, di fatto, non ha.

Ma non è che agli sceneggiatori, visti i molti riferimenti, siano dei fans del personaggio creato da Jeff Lindsay?

Ma quindi è tutto bello?

Secondo me no. Infatti non mi è chiarissima l'episodio dove viene raccontato il passato di Karen


Ok, se fosse stato realmente preso in tutto e per tutto il ciclo Rinascita avrei potuto capire, così l'ho visto un po' buttato li nel mucchio senza troppo senso per la macro trama principale.

Qualche recensione ha definito questo terzo ciclo a tratti noioso. Io onestamente non sono minimamente d'accordo.

Forse andava tagliato e velocizzato in alcuni passaggi, però questo è Daredevil in tutto e per tutto.

Si vedono i tre capisaldi del personaggio. La religione, la boxe e il continuo martirizzarsi per non aver potuto far di più.

I villains sono entrambi gestiti in maniera buona e anche i comprimari hanno il loro giusto spazio.

Ma visti i precedenti di Luke Cage e Iron Fist, cancellati poche settimane dopo il  lancio della seconda stagione, che questo terzo ciclo sia la fine per il vigilante di Hell's Kitchen?

Sicuramente la storia si conclude col tredicesimo episodio.

Viene lasciato un piccolo spiraglio per un possibile quarto ciclo.

Ma si farà? staremo a vedere.


Tiriamo quindi le somme. Daredevil 3 è un'ottima serie, che riesce a coinvolgere lo spettatore non solo visivamente, ma anche emotivamente, cercando di far capire come si sente e cosa "vede" il protagonista.

Ancora una volta i villain, specialmente Fisk sono il vero punto aggiuntivo al tutto.

Pur essendo solo ispirato al ciclo Rinascita di Frank Miller e David Mazzuchelli, alcune scene, situazioni e atmosfere lo ricordano da vicino.

E' la miglior serie Marvel/Netflix? sicuramente si.

See you next

venerdì 29 settembre 2023

LOST POST, L'era Yessgame: 19 - Elite: un riuscito teen drama Spagnolo?

PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE IL 18/10/2018 E OGGI NON PIU' DISPONIBILE

Las Encinas, uno degli istituti più prestigiosi, nonché costosi, spagnoli.
Qui tre studenti di umili origini ottengono una borsa di studio per poter studiare nell'Élite.

Ma qualcosa non è andato per il verso giusto.....

Questa la macro trama di Élite, serie spagnola ideata da Carlos Montero e Darío Madrona e sbarcata su Netflix il 5 ottobre 2018.

Diciamoci la verità, il trailer mi ha ingannato.

Si vedono scene di un interrogatorio, si intravede qualcosa di "quello che è andato storto" e si vedono scene di vita scolastica.

Perfetto, ho pensato. Siamo di fronte ad una versione "simil Riverdale", che come ho detto nel post dedicato, mi aveva entusiasmato.

E quindi ho iniziato questa prima serie di Élite.

Il primo degli otto episodi si apre da quello che è, di fatto, il finale.

Un ragazzo di nome Samuel, sconvolto per quello che è appena accaduto e coperto di sangue, viene interrogato dalla polizia.

 
Da li partirà un lungo flashback che ci porterà nuovamente alla scena di apertura.

Samuel, Christian, Nadia sono tre ragazzi di umili origini che ottengono l'accesso a Las Encinas dopo aver vinto una borsa di studio.

 
I tre ragazzi non vengono accolti nel migliore dei modi dagli altri studenti che li "ghettizzano".

Tutta la storia verterà sulla ricostruzione dell'anno scolastico, svelando "gli scomodi segreti" di buona parte dei protagonisti.

Evitiamo di fare spoiler sulla storia, e veniamo alle mie considerazioni.

 
Dalla mia presentazione sembra realmente essere di fronte ad una versione spagnola di Riverdale, ma così vi assicuro non è.

Infatti il fatto che apre la storia, è solo una "mossa" per raccontare la vita degli studenti della scuola.

Per quanto il ritmo narrativo è ben sviluppato, insieme ai vari protagonisti, del lato thriller c'è praticamente poco e niente.

Tutta la storia ruota attorno ai personaggi, al loro background e alle interazioni col resto della classe.

Si sviluppano molti argomenti "attuali", come il razzismo, la diversità culturale, l'omosessualità, il sesso, la droga la fede religiosa ma, soprattutto la differenza tra poveri e ricchi.

Sicuramente di tutto il cast ci sono personaggi più interessanti nel loro sviluppo, specialmente Nadia e Guzmán

oppure Carla e Miguel.

 
Paradossalmente il protagonista Samuel è quello meno interessante.

Il problema è che, per quanto possano essere attuali gli argomenti, non era quello che mi aspettavo dalla serie.

Come già detto mi aspettavo un thriller che mi tenesse incollato negli otto episodi della stagione. Ci sta l'evoluzione e la caratterizzazione dei personaggi, ci stanno i temi fulcro della storia, ma diciamocela, mi aspettavo Riverdale e mi sono trovato in Skins.

 
Detta francamente si è voluto tentare di fare qualcosa tipo la prima stagione di Thirteen reasons why

cercando di far emergere alcuni "temi spinosi".

Ma se la storia di Hannah Baker mi ha tenuto incollato nella sua storia registrata nelle famose cassette, i ragazzi di Las Encinas mi hanno annoiato.

Tra l'altro la serie e  il modo di rappresentare i "temi spinosi" non la consiglierei come tema di discussione scolastico, come invece feci invece dandovi le mie impressioni della prima stagione di Tredici.

Perché? ma semplicemente per le fin troppo esplicite scene di sesso. Non a livello dei film hard ovviamente, ma sicuramente le scene lasciano poco spazio all'immaginazione.

Tiriamo quindi le conclusioni.

 
Élite è una serie che inganna, almeno io sono rimasto "scottato" dal trailer.

Vengono raccontati temi attuali e spesso spinosi, in maniera anche interessante a livello di sviluppo di alcuni protagonisti, ma che però non mi ha coinvolto in nessun modo.

Onestamente in 8 episodi mi sono annoiato molto delle vicende e dei fatti raccontati.

Negli otto episodi si arriva al fulcro della storia, per cui si arriva ad una conclusione chiara e definitiva.

Il cliffhanger finale apre ad una possibile seconda stagione, già confermata da Netflix, che potrebbe avere dei risvolti più thriller.

La seguirò? sicuramente no, visto la scottatura di cui parlavamo prima e la noia generale del primo ciclo.

See you next

giovedì 28 settembre 2023

LOST POST, L'era Yessgame: 18 - Outsiders: Outland

PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE IL 16/10/2018 E OGGI NON PIU' DISPONIBILE

Riapriamo la rubrica Outsiders. Questa volta vi darò le mie impressioni su Outland, gioco targato 2011, rilasciato solo in formato digitale per X-Box 360/PS3 e solo tre anni dopo per PC, sviluppato da Housemarque e pubblicato da Ubisoft.

Esiste anche una versione per Linux, ma venne rilasciata solo nel 2015.

Ma fatte tutte queste premesse, cos'è Outland?

Partiamo dalla storia. Il tutto è ambientato nel presente, un uomo aveva iniziato a sperimentare sogni e visioni del passato.

Tentò di prendere medicine per fermarlo, pensando che si trattasse di un problema medico, ma la medicina era inefficace; qui c'era qualcosa di più grande in gioco.

L'uomo decise di trovare uno sciamano per scoprire quale fosse il problema, cosa significassero questi sogni e visioni e per curarlo da loro.

Tuttavia, lo sciamano raccontò all'uomo le antiche storie di una battaglia 30.000 anni fa tra un grande eroe e le due Sorelle del Caos - una che controlla la Luce dal Sole e l'altra che controlla l'Oscurità dalla Luna. 

 
Le Sorelle furono imprigionate dopo la battaglia, ma l'eroe era perito nel processo. Lo sciamano informò l'uomo che era la reincarnazione dell'eroe e che le Sorelle del Caos sembravano sfuggire alla loro prigionia.

Quest'uomo era ora l'unico che poteva fermarli, e così andò avanti nel viaggio.

Noi quindi partiremo dalla capanna dello sciamano iniziando la nostra missione.

 
A livello di gameplay, Outland è un platform 2D con un'impostazione che, personalmente, nelle fasi un pochino più avanzate, ha ricordato molto anche gli shoot'em up.

Lo scopo del gioco è attraversare i vari settori della mappa

che si apriranno mano a mano che prenderemo determinati potenziamenti o sconfiggeremo i "boss di fine livello".

 
Il fulcro del nostro viaggio sarà il Crocevia del mondo

dove verranno segnati i nostri progressi, e che aprirà i passaggi per i prossimi livelli.

Il gioco strizza molto l'occhio ad un gameplay classico, che però mischia elementi interessanti e grande dinamismo nelle azioni che si svolgeranno.

Il nostro eroe, rappresentato da un'ombra di un uomo, non avrà nome e non avrà una sua storia, forse per far immedesimare maggiormente il giocare.

I dialoghi saranno ridotti al minimo e limitati alla sola presentazione dei vari boss che mano a mano affronteremo.

L'eroe, come ogni platform moderno, dovrà acquisire vari poteri e abilità per poter proseguire la sua missione. 

 
Essi spazieranno da mosse "canoniche", come le scivolate o le schiacciate a terra, oppure a nuove tecniche da usare in combattimento per sbarazzarsi dei nemici.

In questo senso il gioco ricorda molto quelli che io definisco i "Castlevania della seconda generazione", ovvero quelli iniziati con Symphony Of The Night.

Ma sicuramente la caratteristica peculiare di Outland è il potere luce e ombra.

 
Nel primo terzo della missione il nostro protagonista guadagnerà due poteri contrapposti, che lo coloreranno di azzurro se starà utilizzando il lato luminoso e di rosso se userà il lato oscuro.

Non vi nego che in qualche modo, specialmente quando usa i primi, ha ricordato non poco un personaggio che ho amato nei telefilm, ovvero Automan.

 
Ma se proprio vogliamo vederla giusta l'eroe ricorda il precursore del citato eroe digitale, ovvero i personaggi del film Tron.

 
Una volta acquisiti i due poteri contrari e complementari, il gioco acquista un modo di affrontarlo sicuramente originale.

Infatti i nostri avversari, fin'ora neutri, acquisiranno anche loro le colorazioni blu e rosse. Questo cosa comporterà? beh se dobbiamo affrontare i nemici blu dovremo avere le "vesti" rosse e viceversa.

Questa modalità però non si limita ai soli nemici, ma anche agli ostacoli. Infatti troveremo muri,fontane, cannoni e via dicendo che prenderanno i due colori.

 
Ovviamente in questo caso il gioco sarà al contrario. Infatti saremo protetti se verremo colpiti da raggi del nostro colore, mentre subiremo danni al contrario.

Anche le piattaforme, muri e trappole si attiveranno se saremo in una modalità e si disattiveranno quando cambieremo forma.

Detta così sembra poca cosa, però vi assicuro che è una cosa tra il divertente e il frustante.

Come dicevo all'inizio queste fasi mi hanno ricordato molto delle fasi tipiche degli shoot'em up a scorrimento, specialmente a quelli "malati" pieni di uno stormo infinito di proiettili da evitare. 

 
In Outland non siamo mai a questi livelli, visto che il cambio tra luce e oscurità aiuta, però in alcuni passaggi è complicato passare senza venir colpiti.

Nel corso del gioco troveremo delle zone dove potremo acquistare i classici "upgrade di statistica".

Infatti sganciando il "giusto compenso monetario" otterremo nuovi cuori che aumenteranno la nostra barra della vita, o nuovi punti abilità per le tecniche a energia.

Il gioco personalmente è molto divertente. Un misto tra i vecchi platform tipici degli anni '90 con quel giusto mix di novità e svecchiamento del gameplay.

Purtroppo il gioco soffre di un problema che a volte può essere odioso. Infatti il protagonista è molto piccolo e a volte si confonde con lo schermo, per cui si perde momentaneamente il suo controllo.

 
La difficoltà non è altissima e, escludendo i due boss finali, più ostici della media, e alcuni passaggi di alcuni schemi, il gioco è molto giocabile e godibile.

Sicuramente non è un gioco per tutti, visto che strizza più l'occhio ai vecchi giocatori più che alle nuove leve.

Va provato? si, sicuramente è un gioco da piazzare nei momenti dove si vuole avere qualcosa di immediato, senza troppi scervellamenti in storie intricate.

Sicuramente devo ringraziare il gold dell'X-Box per avermelo "regalato", sennò probabilmente avrei perso questo Outsider.

See you next